Roma, 17/12/2025
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Dazi, elettrico e caos strategico: Volkswagen e Porsche davanti al conto più salato della transizione green

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Il gruppo tedesco vacilla tra dazi, errori strategici e un’elettrificazione che non decolla. Ora Volkswagen deve reinventarsi per non restare indietro nella corsa globale alla mobilità del futuro.

La scelta di Porsche di rallentare sugli EV costa cara: 4,7 miliardi di svalutazioni, 1,3 miliardi di perdita e un futuro sempre più incerto per il colosso tedesco della mobilità.

Il terzo trimestre che ha scosso Wolfsburg

La notizia è arrivata come una scossa per il settore automobilistico europeo: Volkswagen ha chiuso il terzo trimestre del 2025 con una perdita operativa di 1,3 miliardi di euro, ribaltando il profitto di 2,8 miliardi registrato nello stesso periodo dell’anno precedente.
Alla base del crollo non c’è un solo fattore contingente, ma una somma di elementi che, insieme, delineano un problema strutturale. La revisione della strategia elettrica di Porsche e i dazi statunitensi hanno generato un impatto combinato superiore ai 9 miliardi di euro.
Si tratta di un segnale che va oltre la contabilità: è il sintomo di un’industria che sta cercando di reinventarsi in un contesto di transizione energetica e geopolitica, spesso più rapido della sua capacità di adattamento.

Porsche: il contrappasso dell’innovazione

Per anni, Porsche è stata l’emblema della redditività nel gruppo Volkswagen: margini a doppia cifra, brand irresistibile e la reputazione di laboratorio tecnologico d’avanguardia.
Oggi quella stessa reputazione pesa come un fardello. A settembre, la casa di Stoccarda ha annunciato una correzione di rotta nella propria strategia: il rollout dei nuovi modelli elettrici viene rallentato, mentre torna l’attenzione su ibridi e motori termici.
Una decisione che nasce da motivazioni comprensibili, il rallentamento della domanda EV in Europa e la concorrenza aggressiva dei marchi cinesi, ma che si traduce in un costo contabile di 4,7 miliardi di euro per il gruppo.
Il danno non è solo economico: sul piano simbolico, rappresenta la difficoltà di un marchio leggendario nel gestire la transizione verso l’elettrico senza snaturare la propria identità.
Un segnale d’allarme per tutto il comparto: persino i marchi più solidi possono inciampare nel passaggio tra passato e futuro.

Il peso dei dazi USA e la tentazione dell’America

Come se non bastasse, a gravare sui conti Volkswagen è arrivato il colpo dei dazi imposti dagli Stati Uniti, che potrebbero costare fino a 5 miliardi di euro nel 2025.
Il direttore finanziario Arno Antlitz ha spiegato che circa 4 miliardi di questi sono costi diretti, mentre il resto deriva dal calo dei margini dovuto alle contromisure necessarie per mantenere la competitività sul mercato americano.
Il gruppo valuta ora un riallineamento produttivo: spostare parte della manifattura negli Stati Uniti, dove l’apertura di uno stabilimento Audi è sul tavolo delle decisioni strategiche entro fine anno.
Non è solo una scelta tattica: è la prova di come le tensioni commerciali stiano ridisegnando la mappa industriale dell’automotive, obbligando i costruttori europei a ripensare dove e come produrre.
Il costo della globalizzazione al rallentatore si misura anche così: un’auto elettrica non è più soltanto un progetto tecnologico, ma una questione di geopolitica economica.

Europa e Cina: il doppio binario della domanda

Volkswagen si trova oggi stretta tra due poli opposti.
In Europa, la domanda di auto del gruppo resta solida, sostenuta da modelli popolari come Golf e Tiguan, ma il margine operativo si assottiglia a causa dei costi più elevati per la produzione EV.
In Cina, invece, il rallentamento è strutturale. I consumatori locali, sempre più attratti dai brand nazionali come BYD e Nio, stanno spostando la domanda su veicoli elettrici nativi, più economici e tecnologicamente aggiornati.
Il risultato è una tensione crescente sui margini e un dilemma strategico: investire di più nel mercato cinese, rischiando di diluire la redditività o concentrare le risorse sull’Europa e gli Stati Uniti, dove però il ritmo della transizione green è più incerto.
Antlitz ha definito la situazione un “quadro misto”, ma la realtà è più netta: il modello di business che ha garantito prosperità per decenni vacilla sotto il peso della complessità globale.

Chip e fragilità tecnologica: il tallone d’Achille del futuro elettrico

A rendere il quadro ancora più delicato c’è il fattore semiconduttori.
Volkswagen ha mantenuto la sua guidance per l’intero anno, ma solo a patto di garantire una fornitura stabile di chip, sempre più a rischio a causa delle tensioni sul produttore olandese Nexperia.
La crisi dei semiconduttori, esplosa con la pandemia e mai del tutto risolta, si sta trasformando in un rischio sistemico: bastano poche settimane di ritardi per bloccare intere catene di montaggio.
In un settore che si gioca la sopravvivenza sulla velocità di produzione, la dipendenza tecnologica da un numero ristretto di fornitori è diventata un tema strategico tanto quanto il design o la propulsione elettrica.
La sfida non è più solo industriale, ma infrastrutturale: costruire un’auto significa oggi costruire anche una rete di approvvigionamento digitale stabile e politicamente resiliente.

Leadership in discussione e sfida identitaria

Il terremoto dei conti ha avuto anche un effetto politico interno.
Il CEO Oliver Blume, che aveva assunto la guida del gruppo mantenendo contemporaneamente il controllo di Porsche, ha annunciato che lascerà quest’ultimo incarico all’inizio del prossimo anno.
Il suo successore sarà Michael Leiters, ex McLaren, un manager esperto di performance, ma non di equilibrio politico.
La mossa riflette la crescente pressione degli investitori, che chiedono chiarezza, focus e una governance più lineare in un momento di turbolenza.
Il vero interrogativo è se Blume riuscirà a ricucire la frattura tra visione strategica e realtà economica. Volkswagen, oggi, sembra avere un piede nel futuro e l’altro ancora bloccato nel secolo scorso.

Una transizione da riscrivere

La parabola di Volkswagen e Porsche non è solo un episodio industriale: è una lezione sulla fragilità della transizione ecologica europea.
La corsa all’elettrico, spinta più dalla pressione normativa che dalla maturità del mercato, sta mostrando le prime crepe.
Gli investimenti miliardari non garantiscono il successo, e il pubblico, ancora diviso tra entusiasmo e scetticismo, non segue i ritmi imposti dalle boardroom.
L’equilibrio tra innovazione, sostenibilità e redditività non è più una formula astratta: è una sfida quotidiana che mette a rischio interi ecosistemi produttivi.

Il bivio di Volkswagen e la sfida della lucidità industriale

Volkswagen si trova davanti a un bivio storico.
Può scegliere di affrontare la crisi come un’opportunità di rinnovamento, rivedendo la propria catena del valore, ripensando le priorità e trasformando l’errore di Porsche in una lezione per tutto il gruppo.
Oppure può restare intrappolata in un compromesso costoso, inseguendo contemporaneamente due modelli – elettrico e tradizionale – senza dominarne nessuno.
Il rischio è che la casa che ha costruito l’identità automobilistica del continente finisca per incarnare le sue contraddizioni.
In un’epoca in cui la mobilità è il nuovo terreno di scontro globale, la vera sfida non è più costruire auto, ma costruire visione.

Se Volkswagen saprà ritrovare la propria, potrà ancora guidare il futuro. Se no, sarà solo un altro gigante del passato che non ha saputo leggere il presente.

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