L’autorità americana NHTSA apre un’indagine sulla modalità “Mad Max” del Full Self-Driving, accusata di superare limiti di velocità e manovrare in modo eccessivamente aggressivo. Cresce il dibattito sul confine tra innovazione e responsabilità umana.
Dopo oltre cinquanta segnalazioni di violazioni e incidenti, Tesla finisce di nuovo sotto la lente delle autorita’. L’assistenza alla guida diventa più spinta, ma la sicurezza torna al centro: fino a che punto possiamo fidarci dell’intelligenza che guida al posto nostro?
L’innovazione che divide: quando la guida automatizzata diventa “Mad Max”
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel nome “Mad Max”, ispirato all’universo cinematografico post-apocalittico dove la velocità è sinonimo di sopravvivenza. Tesla, il marchio che più di ogni altro ha trasformato l’auto in un oggetto tecnologico e ideologico, ha scelto proprio quel nome per una nuova modalità di guida del suo sistema Full Self-Driving (FSD).
Il problema? Questa modalità — secondo decine di utenti sui social — spinge l’auto oltre i limiti di velocità e di prudenza, inseguendo un comportamento più “umano”, più “sportivo”, ma anche più rischioso.
Per qualcuno è un passo avanti nell’evoluzione dell’assistenza intelligente; per altri, è la prova che l’autonomia può degenerare in arroganza algoritmica.
E ora la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA), l’agenzia federale che vigila sulla sicurezza stradale negli Stati Uniti, vuole vederci chiaro.
L’indagine della NHTSA: un segnale al mercato
Con un comunicato sobrio, ma denso di implicazioni, la NHTSA ha confermato di aver richiesto informazioni ufficiali a Tesla sulla nuova modalità “Mad Max”. L’agenzia vuole capire come e quando questa funzione si attiva e se il suo comportamento rientri nei margini di sicurezza stabiliti per i sistemi di guida assistita.
“Il conducente resta pienamente responsabile della guida e del rispetto delle leggi sulla sicurezza stradale” ha ricordato la NHTSA.
Una frase apparentemente ovvia, ma che nasconde la vera questione: quando un’auto decide da sola di accelerare, cambiare corsia o “leggere” i limiti di velocità, chi è davvero al comando?
Non è la prima volta che Tesla si trova in questa posizione. Solo poche settimane fa, l’agenzia ha aperto un’indagine su 2,9 milioni di veicoli dotati di FSD, dopo aver ricevuto 58 segnalazioni di comportamenti anomali: 14 incidenti, 23 feriti e, in alcuni casi, attraversamenti con semaforo rosso.
I numeri, per ora, non bastano a parlare di emergenza, ma delineano una tendenza inquietante: l’assistenza, quando diventa troppo autonoma, può disallinearsi dall’intenzione umana.
La risposta (non risposta) di Tesla
Come spesso accade, Tesla non ha commentato direttamente l’apertura dell’indagine. Ma un repost apparso sull’account ufficiale X dell’azienda ha riacceso il dibattito. Il post descriveva la modalità “Mad Max” come capace di “accelerare e intrecciarsi tra il traffico a un ritmo incredibile, mantenendo una fluidità sorprendente, perfetta per chi è in ritardo.”
Un messaggio che, a leggere tra le righe, romanticizza la trasgressione: l’auto che si muove come un pilota esperto, audace, ma controllato.
Un linguaggio seducente, ma pericoloso, perché trasforma un sistema di assistenza in un compagno d’avventura, spostando la percezione dal controllo alla fiducia cieca.
È proprio questa “narrativa dell’autonomia” a preoccupare i regolatori: il rischio che il marketing di Tesla — parole come Full Self-Driving o Autopilot — crei un’illusione di auto-guida completa, mentre la realtà è ancora quella di un sistema che necessita vigilanza costante e supervisione umana.
Tecnologia e linguaggio: il corto circuito della fiducia
L’aspetto più interessante — e più pericoloso — della vicenda “Mad Max” è il corto circuito linguistico tra ciò che la tecnologia fa e ciò che le persone credono che faccia.
Tesla parla di “guida autonoma”, ma specifica nei documenti legali che il sistema “richiede attenzione e intervento umano costante”.
Nel frattempo, i proprietari usano termini come “auto che guida da sola” o “pilota automatico”.
Il risultato è un gap cognitivo che non si colma con aggiornamenti software, ma con educazione e trasparenza.
Molti automobilisti, soprattutto nelle grandi metropoli americane, si fidano più dell’algoritmo che del proprio istinto, e questo spiega perché le autorità siano tornate a esercitare pressione: la fiducia cieca nell’AI è la nuova forma di distrazione al volante.
L’altra faccia della guida automatizzata
La promessa della guida autonoma è affascinante: meno stress, meno incidenti, più efficienza. Ma dietro questa promessa si nasconde una verità complessa: l’auto non pensa, calcola.
E quando il contesto è ambiguo — una luce rossa poco visibile, un pedone indeciso, un ostacolo improvviso — il margine tra decisione e errore si restringe in modo drammatico.
Le indagini NHTSA dimostrano che, in condizioni difficili, anche il software più evoluto può violare le regole base della sicurezza.
In alcuni casi, le Tesla con FSD attivo hanno proseguito attraverso un incrocio con semaforo rosso, ignorando il segnale e urtando altri veicoli.
Sono episodi isolati, ma emblematici: la tecnologia non è infallibile — e quando sbaglia, lo fa in modo sistemico, perché gli algoritmi apprendono e replicano comportamenti, amplificando i propri bias.
Il dilemma etico: innovare o frenare?
L’inchiesta americana si inserisce in un dibattito più ampio che tocca tutta l’industria automobilistica: dove finisce l’innovazione e dove inizia la prudenza?
Tesla, più di ogni altra azienda, ha costruito la propria identità sull’idea di accelerare il futuro, anche a costo di scavalcare le zone grigie della regolazione.
Per i regolatori, però, la velocità non è un valore in sé. L’obiettivo è costruire un quadro che garantisca innovazione sostenibile e sicurezza verificabile.
Non si tratta di frenare il progresso, ma di stabilire un ritmo umano, dove il vantaggio tecnologico non comprometta la fiducia pubblica.
E qui si apre il vero tema: la fiducia è un carburante più prezioso della benzina o del litio. Senza fiducia, la guida autonoma non verrà mai accettata.
Oltre Tesla: un segnale per l’intero settore
La vicenda “Mad Max” non riguarda solo Tesla. È un campanello d’allarme per tutto l’ecosistema automotive.
I marchi europei e asiatici, da Mercedes a Hyundai, stanno sviluppando i propri sistemi avanzati di assistenza (ADAS) con livelli di prudenza molto diversi, ma tutti si confrontano con la stessa sfida: quanto controllo è disposto a cedere il conducente?
Nei prossimi anni, la competizione non sarà solo sulle batterie o sui tempi di ricarica, ma sulla trasparenza algoritmica.
Il consumatore del futuro non comprerà solo una vettura, ma una relazione di fiducia con un’intelligenza artificiale.
E la reputazione di un marchio non si costruirà più solo sulla velocità, ma su come gestisce l’imprevedibile.
L’intelligenza che corre troppo in fretta
La modalità “Mad Max” è un paradosso perfetto della modernità: un sistema progettato per ridurre i rischi che finisce per evocarne di nuovi.
È il simbolo di una transizione che stiamo ancora imparando a gestire: tecnologie più veloci della nostra capacità di comprenderle.
Forse la lezione più importante di questa storia non riguarda Tesla, ma noi: la fiducia nella tecnologia non può essere cieca né automatica, deve essere costruita e verificata.
Fino ad allora, la vera guida autonoma non sarà quella delle auto, ma quella della responsabilità.
Perché se l’innovazione accelera più della consapevolezza, prima o poi anche la corsa più brillante rischia di sbandare alla prima curva.






