Roma, 23/01/2026
Roma, 23/01/2026

Toyota Woven City: la città laboratorio dell’IA ai piedi del Monte Fuji

11Navetta autonoma che attraversa Woven City con il Monte Fuji sullo sfondo, tra edifici sostenibili e infrastrutture intelligenti.

Ai piedi del Monte Fuji Toyota ha aperto Woven City, una città sperimentale dove residenti reali convivono con veicoli autonomi, robot e servizi connessi: un laboratorio urbano in scala 1:1 per testare il futuro della mobilità e della vita quotidiana.

Costruita sul sito di un ex impianto industriale a Susono, nella prefettura di Shizuoka, la “città tessuta” punta a diventare il test bed globale per tecnologie di mobilità, energia e dati. Ma la domanda resta aperta: questo prototipo da miliardi di dollari può davvero ispirare le città reali, o rischia di restare un’utopia corporate recintata?

Toyota costruisce una città per testare il futuro

Quando Toyota ha annunciato l’idea di costruire una città sperimentale ai piedi del Monte Fuji, molti l’hanno liquidata come l’ennesimo esercizio di futurismo da keynote. Oggi, però, Woven City è lì: strade, edifici in legno e vetro, corti interne, navette autonome che iniziano a muoversi in mezzo ai primi residenti. Non più un render, ma una geografia concreta.

Il progetto, inaugurato ufficialmente a fine settembre 2025, è il cuore della trasformazione di Toyota da semplice costruttore di automobili a “mobility company”. L’ambizione è dichiarata: usare Woven City come test course for mobility, un banco di prova permanente per tecnologie e servizi che, un domani, dovrebbero uscire dai confini della città e attecchire nel resto del mondo.

Invece di collaudare veicoli e software su piste chiuse o in progetti pilota isolati, Toyota ha deciso di fare un salto di scala: costruire una città intera dove persone, robot, auto autonome e infrastrutture digitali possano convivere ogni giorno, generando dati, problemi, comportamenti imprevisti. Esattamente ciò che una sandbox, da sola, non riesce a simulare.

Dal vecchio stabilimento auto alla città-laboratorio da 10 miliardi

Woven City sorge a Susono, nella prefettura di Shizuoka, sul sito della ex fabbrica Higashi-Fuji di Toyota Motor East Japan. Un pezzo di archeologia industriale riconvertito in hub urbano futuristico: circa 47.000 metri quadrati nella prima fase, con edifici in legno, piazze pedonali e una rete stradale progettata per la convivenza tra diverse forme di mobilità.

Il budget stimato si aggira intorno ai 10 miliardi di dollari per lo sviluppo a lungo termine del progetto – una cifra che colloca Woven City a metà strada fra infrastruttura urbana e manifesto strategico. La timeline racconta bene la determinazione di Toyota:

  • concept presentato al CES 2020
  • cerimonia di inaugurazione del cantiere nel 2021
  • completamento della Phase 1 nell’autunno 2024
  • lancio ufficiale con i primi residenti nel settembre 2025.

Dentro questa cornice fisica si muove un ecosistema in costruzione continua, quasi più software che cemento.

Inventors e Weavers: chi abita davvero Woven City

La popolazione di Woven City è stata disegnata come un sistema a due poli. Da una parte ci sono gli Inventors: aziende, startup, centri di ricerca, artisti selezionati per sperimentare prodotti e servizi in condizioni reali. Dall’altra, i Weavers: i residenti che vivono in città, usano queste tecnologie nel quotidiano e restituiscono feedback.

Nella prima fase, qualche centinaio di persone, per lo più dipendenti del gruppo Toyota e le loro famiglie, si è trasferito stabilmente nella città. L’obiettivo è arrivare a 300–360 residenti nella Fase 1 e, in prospettiva, fino a circa 2.000 abitanti quando il progetto sarà a regime.

È una scala ridotta rispetto a una città tradizionale, certo. Ma sufficiente per far emergere routine, frizioni, comportamenti inattesi. Non è un parco a tema tecnologico: chi vive a Woven City deve fare la spesa, andare a scuola, spostarsi, curarsi. Solo che ogni gesto quotidiano, lì, è anche un dato di progetto.

Una città come piattaforma: mobilità, energia, dati

Dietro la superficie patinata dei video promozionali, Woven City è costruita su alcuni pilastri chiave che la rendono un laboratorio unico.

Mobilità stratificata

La rete viaria è organizzata in tre livelli:

  • una strada dedicata solo ai veicoli
  • percorsi condivisi tra pedoni e micromobilità (bici, scooter, piccoli veicoli elettrici)
  • zone esclusivamente pedonali, pensate per favorire lentezza e socialità.

A questi si aggiunge una quarta rete, sotterranea, per la logistica e i servizi, progettata per testare flussi indipendenti dal clima e dal traffico in superficie.

Qui si muovono navette autonome, veicoli sperimentali, robot di consegna. L’idea è studiare non solo se la tecnologia funziona, ma soprattutto come viene percepita: genera fiducia, diffidenza, indifferenza? Costringe a ripensare la segnaletica, i tempi semaforici, il modo stesso di attraversare la strada?

Energia e infrastrutture intelligenti

Woven City è alimentata da un mix di fonti rinnovabili e sistemi a idrogeno, con l’obiettivo di fare della città un modello di comunità a basse emissioni. I palazzi integrano sensori e sistemi di gestione energetica che dialogano con la rete locale, regolando consumi e accumulo.

La stessa logica vale per l’illuminazione pubblica e per i cosiddetti “poli multifunzionali”: pali della luce che, oltre a illuminare, ospitano telecamere, sensori ambientali, antenne di comunicazione. Un’infrastruttura invisibile a occhio distratto, ma cruciale per far girare l’enorme quantità di dati che la città genera ogni giorno.

Dati, IA e feedback dal vivo

Qui entra in gioco il vero motore del progetto: la raccolta sistematica di dati e il loro uso per addestrare, testare, aggiustare sistemi di intelligenza artificiale applicati alla mobilità, alla sicurezza, alla logistica, perfino al benessere psicofisico degli abitanti.

Ogni navetta autonoma, ogni robot di consegna, ogni sistema di monitoraggio è, in fondo, una sonda. E ogni Weaver, consapevolmente o meno, contribuisce con feedback, pattern di utilizzo, micro-decisioni quotidiane. Toyota e Woven by Toyota non lo nascondono: lo scopo è ottenere “evidence”, evidenze empiriche per dimostrare che certe soluzioni sono sicure e scalabili prima di esportarle altrove.

Kakezan: la formula giapponese dietro la narrativa ufficiale

Il termine che ricorre più spesso nei comunicati su Woven City è Kakezan, “moltiplicazione” in giapponese. L’idea è che dalla convergenza tra competenze diverse – automotive, software, food, logistica, energia, perfino musica – possano nascere prodotti e servizi impensabili se sviluppati in compartimenti stagni.

Tra gli Inventors che hanno aderito ci sono aziende come Daikin, Nissin Foods, UCC Japan, oltre a molte società del gruppo Toyota e persino una realtà di lanci spaziali come Interstellar Technologies. C’è perfino un musicista, Naoto Inti Raymi, incaricato di lavorare sul paesaggio sonoro della città e sulla sua “colonna sonora” ufficiale.

È un mix inusuale, quasi volutamente eccentrico, che segnala un punto preciso: Woven City non vuole essere solo una smart city, quanto un ecosistema di sperimentazione culturale e sociale, dove la mobilità è la spina dorsale ma non l’unico orizzonte.

Un futuro luminoso o un esperimento troppo controllato?

Per quanto affascinante, Woven City solleva domande tutt’altro che marginali.

La prima: quanto è trasferibile un modello così controllato?
Una città costruita da zero, finanziata da un’unica grande corporation, con un numero limitato di residenti selezionati e fortemente motivati, non è esattamente comparabile a Tokyo, Milano o San Paolo. Il rischio è che il prototipo funzioni benissimo in laboratorio, ma perda efficacia una volta immerso nel caos, spesso disordinato, delle città reali.

La seconda riguarda la governance dei dati. In una “città laboratorio” in cui quasi ogni interazione viene tracciata, il confine tra sperimentazione e sorveglianza rischia di farsi sottile. Chi decide che cosa misurare, per quali scopi, con quali limiti? E che ruolo hanno i residenti nell’influenzare queste scelte, al di là del consenso informato firmato all’ingresso?

Infine, c’è un tema culturale: quanto spazio resta all’imprevisto, alla creatività non programmata, in una città progettata nei minimi dettagli?
Toyota sostiene che proprio la presenza di umani “normali” in un contesto altamente tecnologico generi quell’attrito necessario all’innovazione vera. Ma non è escluso che una certa parte di spontaneità urbana, quella fatta di conflitti, errori, piccoli abusi creativi, resti inevitabilmente attenuata.

Woven City nella corsa globale alle smart city

Il progetto Toyota non nasce nel vuoto. Si inserisce in una corsa globale alle smart city che vede in campo governi, big tech, fondi immobiliari, startup. Dalla Songdo sudcoreana alla Masdar City emiratina, il mondo ha già visto prototipi urbani iper-tecnologici nati con l’ambizione di diventare modelli esportabili.

Molti di questi esperimenti, però, hanno faticato a trasformarsi in città vive. Troppo costosi, troppo vuoti, troppo distanti dai bisogni sociali reali. Woven City prova a non ripetere quegli errori: scala più ridotta, fasi progressive, attenzione alla vita quotidiana più che all’iconografia futurista.

Eppure, l’interrogativo rimane: stiamo costruendo città per testare tecnologie o tecnologie per migliorare le città?
La distinzione è sottile, ma decisiva. Se il driver principale resta l’esigenza di validare prodotti e servizi scalabili, il rischio è che i bisogni locali vengano sempre dopo il requisito di “replicabilità” globale.

Una lezione (critica) per le città “normali”

Al di là delle perplessità, Woven City offre anche spunti molto concreti per le amministrazioni urbane e i policy maker.

  1. Prototipare in piccolo può evitare errori in grande
    Testare un nuovo sistema di mobilità, di gestione energetica o di logistica in un ambiente controllato permette di individuare in anticipo criticità che, in una metropoli, avrebbero costi sociali e politici altissimi.
  2. La mobilità non è solo trasporto
    Toyota insiste nel parlare di movimento di persone, beni, informazioni, energia. È una visione sistemica che molte città ancora faticano ad adottare, ferme alla separazione fra “trasporti”, “servizi pubblici”, “energia”, “ICT”.
  3. La co-creazione strutturata è possibile
    Il modello Inventors/Weavers suggerisce che si può pensare a meccanismi formali per coinvolgere cittadini e imprese nell’innovazione urbana, andando oltre consultazioni sporadiche o progetti pilota isolati.

Naturalmente, nessuna città democratica può o deve funzionare come un laboratorio corporate chiuso. Ma alcune logiche, iterazione continua, sperimentazione controllata, collaborazione stretta fra pubblico e privato, potrebbero essere adottate in modo più diffuso.

Se il futuro si prototipa in scala 1:1

Woven City è, in fondo, una scommessa su come si progetta il futuro.
Toyota e i suoi partner partono da un assunto forte: l’innovazione non può più essere testata solo su banchi di prova e simulatori. Deve sporcarsi le mani con la vita reale.

Che questa vita reale sia, per ora, quella di qualche centinaio di Weavers scelti con cura, non toglie peso all’esperimento. Ai piedi del Monte Fuji si sta costruendo qualcosa che è, allo stesso tempo, un laboratorio tecnologico, un manifesto industriale e un esperimento sociale controllato.

Se Woven City riuscirà a generare soluzioni replicabili, davvero umano-centriche, non solo retoricamente, il suo impatto potrebbe andare ben oltre i confini di Susono: nuove forme di mobilità sicura, comunità energetiche intelligenti, città che imparano dai propri dati senza trasformarsi in panopticon digitali.

Se, invece, il progetto rimarrà un prototipo brillante, ma isolato, avremo comunque guadagnato una consapevolezza preziosa: che il futuro non si prevede, si prova. In scala 1:1, con tutte le imperfezioni del caso.

E forse è proprio questa l’eredità più interessante di Woven City: ricordarci che le città, anche quando sono disegnate al millimetro, restano organismi vivi. E che nessun algoritmo, per quanto raffinato, può sostituirsi del tutto alla complessità, spesso disordinata, a volte scomoda, del modo in cui le persone scelgono di abitare il mondo.

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