Roma, 30/05/2024
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La Cina limita l’esportazione della grafite, fondamentale per le batterie. I motivi e le conseguenze di questa decisione

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La Cina ha annunciato la volontà di limitare l’esportazione della grafite, minerale alla base delle batterie delle auto elettriche. Cosa comporta questa decisione sul mercato globale e i motivi dietro la scelta di Pechino

La grafite è un minerale che troviamo nelle comuni matite, ma che è fondamentale anche per dispositivi sofisticati come le batterie per le auto elettriche. E a detenere il monopolio della produzione mondiale, manco a dirlo, è la Cina. La leader nel settore degli EV lo è in virtù anche dalla sua posizione al comando a livello globale nella filiera produttiva delle auto, in particolare nell’industria delle batterie e nell’estrazione dei minerali fondamentali per il loro funzionamento.

La posizione di leadership della Cina nell’estrazione e produzione della grafite

Stando ai dati dell’US Geological Survey il 67% delle forniture mondiali di grafite è frutto dell’opera cinese. Non solo, il Dragone ne raffina il 90% proveniente da tutto il mondo. Costituito da carbonio, questo minerale non è citato quanto i metalli a cui pensiamo quando parliamo di celle ed accumulatori, come litio o cobalto, ma è altrettanto importante. E l’ascesa dell’industria delle auto elettriche, con l’aumento della domanda, sta rendendo la grafite sempre più importante. E chi detiene le chiavi per l’estrazione e la lavorazione ha al tempo stesso un grande vantaggio competitivo.

Ovvio quindi che se la Cina decide di restringere l’export di questo minerale la situazione diverrebbe delicata per il resto del mondo. D’altronde la grafite è un elemento che rischia di diventare sempre più scarso nei prossimi anni. Una stima di Project Blue, centro studi che fornisce dati sulle materie prime critiche per la transizione energetica, rivela che entro il 2030 il pianeta subirà una riduzione nella fornitura di 777.000 tonnellate.

La limitazione dell’export cinese di grafite

Di recente la Cina, come abbiamo anticipato, ha ufficializzato urbi ed orbi che le esportazioni di grafite (o meglio, per alcuni prodotti. O come la grafite sintetica ad elevata purezza e durezza e la versione in scaglie naturali) richiederanno dal primo dicembre 2023 dei permessi di esportazione per motivi di sicurezza nazionale. Di fatto, limitando quindi l’export di questo minerale. Che ricordiamo si trova in quasi tutti gli anodi delle batterie delle auto elettriche.

La richiesta di Pechino sui permessi di esportazione arriva dopo la pressione di realtà sovranazionali, come l’Unione Europea, sulle politiche commerciali giudicate aggressive della Cina. La stessa UE starebbe vagliando dei dazi sulle vetture di importazione cinese per via dei sussidi di cui beneficiano in patria. Oltre Atlantico, gli Stati Uniti hanno invece allargato i limiti posti alle aziende cinesi nell’accesso ai semiconduttori. Impedendo ad esempio la vendita di chip Nvidia all’avanguardia.

Sostanzialmente, siamo di fronte a schermaglie commerciali, più che una vera e propria guerra. La mossa cinese comunque potrebbe far salire il prezzo della grafite, come avvenuto per il gallio ed il germanio sottoposti anch’essi a restrizioni nell’export questa estate.

La risposta dei concorrenti della Cina

Se è vero che dal ministero del commercio cinese hanno voluto sottolineare quanto questa decisione sia stata dettata da motivi di sicurezza nazionale e di stabilità della catena di fornitura, e non per mettere in difficoltà partner e concorrenti, va anche detto che tra i principali acquirenti della grafite troviamo gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud e l’India.

Come ha affermato a Reuters l’amministratore delegato della canadese Northern Graphite, Hugues Jacquemin, con questo atto la Cina “sta dicendo all’Occidente che non lo aiuterà a produrre auto elettriche. Dovremo pensarci noi stessi”.

Anche la Corea del Sud, come comunicato dal proprio ministero del Commercio, si è messa al lavoro con i produttori di batterie e componenti per decidere il da farsi dopo queste restrizioni. E per scongiurare per “interruzioni della produzione nel settore delle batterie agli ioni di litio” come ha spiegato il titolare del dicastero dell’Industria Ahn Duk-geun. La Corea del Sud dipende infatti dalle importazioni di grafite dalla Cina, e sarà costretta a rivolgersi altrove (con aggravio di costi), come ad esempio le miniere australiane o nordamericane.

Dal Giappone invece hanno fatto sapere che verranno chieste spiegazioni alla Cina in merito a questa decisione. Il portavoce del Governo, Hirokazu Matsuno, non ha inoltre escluso il ricorso a misure specifiche come risposta ad eventuali violazioni delle regole del WTO.

Se è vero comunque che non siamo di fronte a un ben più dirompente blocco totale delle esportazioni, è anche vero che questa mossa potrebbe far rifiatare i prezzi della grafite. Come riportano i dati della società di consulenza Mysteel, essi sono calati del 25,5% rispetto all’inizio del 2023. Una riduzione dovuta al contestuale arretramento della domanda. E non bisogna inoltre dimenticare la diminuzione dell’offerta data dal rallentamento dell’estrazione della grafite naturale per motivi ecologici. Ma la mossa di Pechino potrebbe far sì che i prezzi restino bassi nel mercato interno, per salire a livello globale.

La necessità di aprire le miniere nei propri territori nazionali

La limitazione decisa del governo cinese ha effetti anche negli Stati Uniti. La National Mining Association che rappresenta i minatori americani preme affinché gli Stati Uniti sfruttino le proprie risorse, creando così delle catene di approvvigionamento autonome.

Serve tempo però per organizzarsi. Anche perché le case automobilistiche hanno praticamente sempre fatto affidamento alla grafite cinese. Ma qualcosa si muove: l’australiana Talga Group punta dal 2024 ad avviare la produzione del minerale in Svezia.

 E a proposito di miniere, lo scorso giugno il Ministro delle Imprese Adolfo Urso in occasione dell’accordo con Francia e Germania sulle materie prime critiche ha annunciato la volontà di sfruttare le risorse del sottosuolo nazionale, dove sono presenti “16 delle 34 materie prime critiche” utili per le batterie.

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