Roma, 22/05/2024
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Veicoli elettrici: cosa significano le sigle EV, BEV, PHEV e HEV e quali sono le differenze?

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Parlando di veicoli elettrici spesso ci imbattiamo in sigle come EV, BEV, PHEV E HEV. Cosa significano? Quali sono le auto elettriche propriamente dette e quelle ibride? Cerchiamo di fare chiarezza

La rivoluzione che sta vivendo la mobilità è basata essenzialmente sull’elettrico, che sta determinando un salto quantico paragonabile all’abbandono del vapore per la combustione interna (sebbene sappiamo che all’alba della storia dell’automobile erano presenti anche i primi modelli elettrici, poi soppiantati assieme ai mezzi a vapore dalle motorizzazioni a benzina).

Ma si fa presto a dire veicolo elettrico. La sua sigla è EV, Electric Vehicle, ma ne esistono altre che riguardano sempre mezzi a quattro ruote che contemplano questo tipo di alimentazione, che però differiscono tra di loro.

Sigle Veicoli elettrici: cosa sono le BEV

Un acronimo che usiamo spesso è BEV, che circoscrive ulteriormente la sigla madre EV. Esso sta per Battery Electric Vehicle, quindi una vettura dotata di motore elettrico alimentato da un pacco batterie ricaricabili. La media attuale dell’autonomia di questi veicoli con una singola carica è di circa 300 km. Tuttavia esistono diversi modelli in commercio che garantiscono valori maggiori.

Nella classifica delle BEV con maggiore autonomia nel 2023 spicca ad esempio la Lucid Air di Lucid Motors, che consente ben 830 km di copertura secondo la standard EPA (Environmental Protection. In Europa invece il punto di riferimento per testare l’autonomia dei veicoli è lo standard WLTP, Worldwide Harmonized Light Vehicles Test Procedure).

Le ibride: la differenza tra PHEV e HEV

Esistono poi delle vetture elettriche ma fino ad un certo punto. E qui entriamo nel dominio delle altre sigle: partiamo da PHEV (Plug-in Hybrid Electric Vehicle), che riguarda gli ibridi plug-in. Sono veicoli dotati di un motore tradizionale a combustione interna, ma che integrano anche una batteria che alimenta l’unità elettrica.

Una combinazione che rappresenta l’anello di congiunzione tra il passato a benzina e il futuro 100% elettrico. In questo caso però l’autonomia con il motore non tradizionale è minore rispetto ai BEV puri, scendendo intorno ai 30, massimo 80 km.

Sono al momento la soluzione di mercato che da nicchia sta diventando più popolare, ma pur sempre una fase transitoria rispetto all’elettrico puro. Differiscono dagli HEV perché ne rappresentano se vogliamo l’evoluzione.

Gli Hybrid Electric Vehicle, nati in Giappone nel 1997 con la Toyota Prius, abbinano anch’essi un motore a combustione interna ad uno elettrico, solitamente sul medesimo asse. A differenza dei PHEV, però, le batterie non si ricaricano collegandosi con una presa alla rete elettrica esterna, ma con la frenata, detta appunto rigenerativa. Oltre a modelli full hybrid in commercio come la Yaris Cross, l’Honda Civic o la Suzuki Vitara, questo tipo di tecnologia è sfruttata anche dalle vetture Rally1 in gara nel WRC, ovvero il Mondiale Rally.

Gli altri ibridi

All’interno degli ibridi, che contemplano quindi l’elettrico come un aspetto complementare solo in alcuni frangenti rispetto al motore termico, abbiamo poi ulteriori diramazioni.

Citiamo infatti il MHEV (Mild Hybrid Electric Vehicle), un ibrido leggero che presenta una batteria che, se nelle altre tipologie di veicoli esprime una potenza in kWh, in questo caso invece è limitata al Wh.

A differenza delle HEV, che possono andare avanti per un numero limitato di chilometri affidandosi solo al motore elettrico, le auto MHEV funzionano sempre con la propulsione termica, a cui si associa un generatore BSG (Belt Starter Generator) che consente una potenza aggiuntiva, ma giusto per pochi metri.

Gli ibridi idrogeno-elettrico

Infine, ricordiamo anche una particolare tipologia di ibrido, ovvero le FCEV, Fuel Cell Electric Vehicle. Questo tipo di vetture ibride sostituisce il motore a benzina o diesel con una cella a combustibile ad idrogeno, generando negli scarichi solo vapore acqueo.

Sono però auto che richiedono distributori di idrogeno, al momento scarsamente presenti e pressoché assenti in Italia. Una tecnologia molto di nicchia, dal futuro incerto (così come è incerto lo sviluppo delle reti di distribuzione dell’idrogeno) e a cui i costruttori preferiscono l’elettrico puro.

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