Roma, 22/05/2024
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La Cina vacilla? La leadership sulle auto elettriche potrebbe essere a rischio, ecco perché

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La Cina detiene una posizione dominante nell’industria, nella filiera e nel mercato delle auto elettriche. Ma ci sono diversi fattori, sia esterni (le contromisure della concorrenza occidentale) che interni (economia stagnante) che potrebbero minarne la leadership

La leadership della Cina nel settore delle auto elettriche potrebbe non essere così scontata. Pechino, è cosa nota, domina l’industria delle EV ed anche nella filiera (pensiamo alle batterie e alle materie prime alla loro base) grazie ad una certa lungimiranza ed una attenta politica statale di sussidio per il settore. Tutte cose che la stanno portando ad assaltare i mercati esteri con le proprie auto elettriche a prezzi competitivi.

La leadership della Cina sulle  auto elettriche, a partire dalla batterie

In particolare, anche le batterie rappresentano una testa d’ariete per sfondare all’estero. Un rapporto di Morgan Stanley dello scorso luglio spiega infatti la Cina ha in mano la quasi totalità della catena di fornitura delle batterie per EV. Sino al 90% dipende infatti da lei, e più della metà del mercato globale è controllato dalle due maggiori aziende cinesi del settore.

Pensiamo ad esempio al colosso CATL, specializzata in particolare nella produzione delle celle litio-ferro-fosfato. Nata nel 2011, ha raggiunto una posizione tale che in una vettura elettrica su tre presente al mondo è alimentata da accumulatori CATL. Batterie che sul mercato hanno prezzi studiati per essere quanto più economici possibile, cosa che mette in difficoltà l’approccio portato avanti invece in Europa e negli USA, dove si dà maggior enfasi al livello prestazioni che al contenimento del costo delle batterie.

La risposta globale alla concorrenza cinese: il caso dell’Europa

Ma il resto del mondo non intende più subire passivamente l’avanzata del Dragone. Il 64% del volume globale della produzione di BEV nel 2022 è  costituito da veicoli cinesi, come da dati divulgati dal World Economic Forum. L’industria automobilistica europea, giapponese e americana sono state colte un po’ alla sprovvista, ma qualcosa sta iniziando a muoversi per fronteggiare la Cina.

Come riporta un articolo di The Business Insider, diversi governi si stanno muovendo per bloccare o rendere meno agevoli gli investimenti cinesi. Pensiamo ad esempio all’indagine annunciata dalla Commissione UE per capire se il Dragone stia attuando pratiche di concorrenza sleale – grazie alle sue politiche di incentivi e sostegni statali che distorcono i prezzi – nei confronti dell’industria e del mercato europeo.

Ha destato poi una serie di proteste l’iniziativa congiunta di CATL e Mercedes-Benz per far sorgere una gigafactory in Ungheria da 7,9 miliardi di dollari. Un progetto mastodontico, che potrebbe fornire una energia sufficiente per un milione di auto, ma che sta trovando una serie di resistenze a livello locale per le preoccupazioni sorte in merito alla sostenibilità ambientale dell’impianto.

Proteste anche negli USA e l’opposizione australiana

Oltreoceano abbiamo visto le proteste contro la Gotion, compagnia cinese specializzata in batterie che sta investendo per aprire delle fabbriche in Michigan e in Illinois. In quest’ultimo Stato, in particolare, ci sono state non solo lamentele ma si è pure avanzato il dubbio, da parte repubblicana, che gli impianti siano in realtà una copertura per fare intelligence comunista ai danni degli USA.

Sospetti e critiche anche per l’iniziativa di Ford, che ha aperto alla tecnologia CATL per una gigafactory di nuova costruzione nel Michigan da 3,5 miliardi di dollari. Si teme inoltre che i sussidi fiscali dell’Inflation Reduction Act possano finire nelle tasche cinesi. La costruzione dell’impianto intanto si è fermata a causa dell’imponente sciopero del sindacato dei lavoratori nel settore automobilistico.

Dall’altra parte del mondo il governo australiano ha bloccato, per motivi di tutela dell’interesse nazionale, i piani di espansione del fondo cinese Yuxiao. Quest’ultimo intendeva aumentare la sua partecipazione nella Northern Minerals, società di estrazione mineraria di terre rare.

I governi mondiali, insomma, iniziano a prendere seriamente la concorrenza cinese non solo sul prodotto in sé (l’auto elettrica), ma anche sul suo predominio nell’intera catena di fornitura. E che permette a Pechino di produrre vetture e batterie a prezzi competitivi, come abbiamo visto. Un’analisi di Bernstein riportata dal Financial Times riporta dei dati eloquenti: la Cina spende per le sue batterie prodotte meno di 60 milioni per GW, mentre la Corea del Sud ne sborsa 88 milioni e la giapponese Panasonic ben 103 milioni.

L’economia cinese in stagnazione

Ma la Cina però non deve guardarsi dai tentativi di parata e risposta dall’estero. A livello interno infatti si avvertono degli scricchiolii nell’economia, entrata nel tunnel della stagnazione. Il Dragone, tra i maggiori esportatori del pianeta (tanto da superare il Giappone nel settore automotive), sta vivendo un periodo di crescita col segno meno, con l’export che rallenta. E non dimentichiamo la spada di Damocle della crisi immobiliare che si trascina da questa estate, oltre alle proteste sociali, in particolare dei giovani. Il tutto accompagnato da un maggior protezionismo e chiusura nazionalistica decisa da Xi Jinping, per evitare una “deriva occidentale”.

E se il prossimo anno Donald Trump tornerà alla Casa Bianca, processi permettendo, tornerebbero a spirare venti di guerra economica contro la Cina. Con pressioni che si eserciteranno anche sull’Unione Europea. Insomma, il Dragone rischia di ritrovarsi se non isolato, alquanto accerchiato.

Immagine di Copertina: BYD

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